Pubblichiamo un articolo di don Angelo Casati tratto da Rete Sicomoro

Arrivo davanti a te questa sera, o Signore, ed è come se nei tuoi occhi sorprendessi una domanda: “Da dove vieni?”. “Da dove vieni?”: avevi un giorno chiesto a satana. Così è scritto nel libro di Giacobbe (1,7). E lui: “Vengo da un giro d’ispezione sulla terra”. Sì, vengo anch’io questa sera da un giro di ispezione sulla terra.

Sì, a volte, ho la sensazione di aver attraversato in una giornata, da una mattina a una sera, la faccia della terra. E non si tratta già dell’attraversamento di uno spazio fisico. Anzi ti dirò che qui, nella città, succede meno di percorrere chilometri e chilometri: qui le case sono a ridosso l’una dall’altra e gli appartamenti, sacrificati dall’angustia del territorio, sembrano esplodere verso l’alto.

Ma accanto agli attraversamenti esteriori, accanto ai percorsi delle strade, delle piazze, della metropolitana, ci sono attraversamenti interiori, passaggi dell’invisibile, orizzonti del cuore. E ti può succedere in una sola giornata di passare ripetutamente da un paese dello spirito a un altro. Così, giunto alla sera, ti rimane in cuore la sensazione di aver attraversato gran parte della terra: la terra della credenza e della non credenza, la terra dello stupore e la terra dello smarrimento, i luoghi dell’aridità e i luoghi dell’infinito.

Di ritorno da un giro d’ispezione, mi vai chiedendo che cosa oggi ho notato sulla terra. Ancor prima di risponderti vorrei dirti che a questa parola “ispezione” desidererei fosse tolto ogni significato che pur da lontano evocasse quell’occhio enorme, ciclopico, che incuteva terrore dagli altari ai tempi della mia fanciullezza, un occhio privo di tenerezza di un volto. E alla parola “ispezione” vorrei invece fosse restituito il significato delle origini che allude a un contemplare prolungato, a un indugiare a leggere “dentro”.

Ebbene che cosa ho notato oggi nel mio viaggio sulla terra? Ho contemplato questo strano rimescolarsi del paese della credenza e della non credenza, del cielo della presenza e dell’inferno dell’assenza. Era come se persistentemente venissi messo in crisi nella mia presunzione di catalogare situazioni, di scrivere parole definite di appartenenza e non appartenenza, la presunzione di verniciare una casa, una persona, una reazione con il colore della fede e della non fede.

Messo a parte questa storia della gente, anche oggi, più volte mi sono chiesto quanta luce ci fosse rimasta nell’intelligenza e nel cuore per discernere quel tuo misterioso passare -il passaggio della tua grazia- nell’intimo di ogni uomo. “I nostri amici, quelli più impegnati ecclesialmente” -mi dicevano questa mattina due ragazzi, alla vigilia delle loro nozze- “hanno criticato duramente, dall’alto della loro sicurezza, la nostra decisione di sposarci in chiesa, perchè non siamo dei fedeli osservanti.

Ma per noi c’è un salto di orizzonte da un matrimonio civile a un matrimonio religioso e sposarci solo in Municipio sarebbe stato come impoverire un gesto, non riconoscere una presenza che lo riscatta della opacità di un semplice contratto, non illuminarlo con un significato che va oltre”. E sembrava di capire, tra piega e piega del loro discorso, la sofferenza e l’amarezza per quel duro e arcigno dei “credenti” -“glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri!” (Ma. 9,38)- volti e parole che spengono impietosamente il lucignolo della fiamma smorta.

E perché non avventurarsi invece con maggior trepidazione nel cuore della gente? Sbrigativo e anche comodo è dire un sì e un no, definire in forza di una frequentazione e partecipazione esteriore; più impegnativo ma anche più affascinante è scrutare i segni di una frequentazione interiore del mistero.

Facile e fin ovvio dirimere la questione in base a una porta della chiesa -l’hai attraversata, sei salvo-; più problematico, ma ma anche più suggestivo è pensare che, dopo tutto, il nodo è -e rimane- l’apertura di un cuore. E chi legge nel segreto, se non Dio solo? Due ragazzi alla vigilia di sposare: l’incontro del mattino. Due sposi cui è nato un bambino: l’incontro di questa sera.

E ancora una volta con stupore e gratitudine nella casa dei cosiddetti “non praticanti”, a parlare di un sacramento, questa volta del Battesimo. E poi uscire nella notte e non finire di stupirsi per come viene vissuto il Battesimo di un figlio: padrino e madrina chiamati da lontano a parlare con noi del sacramento e la sera passata insieme a inseguire segni e a parlare di te, Signore, del tuo volto ora contraffatto, ora terso e splendente, pur nella penombra del mistero; e vivere il desiderio di un Battesimo dove isegni non siano appiattiti nell’insignificanza, ma riprendano la loro forza di evocare, con profondità nuova.

E sentire che il bambino veniva messo al centro, come tu, Signore, un giorno lo mettesti, convinti che un figlio non è né sarà mai un vaso da riempire, ma un evento, un dono, una parola da decifrare, un tuo evento, un tuo dono, una tua parola, una tua luce che ci rimette in cammino, sempre in cammino, verso un mistero che fa inquieto, sempre nomade, il cuore dell’uomo.

Una mattina, una sera, una notte: questa mia notte, davanti a te, Signore. E, percorrendo le storie degli uomini, come non avvertire che ci manca il segreto per parlare a questa generazione, dove si vanno rimescolando i paesi della credenza e della non credenza, dove i percorsi sono da inventare, come sui monti, quando d’un tratto viene meno il rosso segnale delle tracce?

E insieme capire che potremmo riprendere tutti luce e coraggio, ripercorrendo nella memoria le avventure -non sempre a lieto fine, neppure le tue, Signore!- dei tuoi dialoghi imprevedibili con l’uomo e la donna che incrociavi: non uno uguale all’altro, e tu a inventare per ognuno una strada.

Proprio riflettendo su quei tuoi incontri affascinanti, il nostro Arcivescovo [Carlo Maria Martini, n.d.r.] ci invitava a “un tipo di dialogo che tenga conto di ciò che la gente sente e, a partire dai problemi, dalle confusioni anche terminologiche delle persone, cerchi di sciogliere gradualmente, di incrociare il dono della Parola con la fatica della ricerca umana.

Catechesi è sforzo di parlare a qualcuno partendo magari dalla reazione istintiva, dalla reazione magari negativa di distanza, di freddezza, di indifferenza. “Mi sembra di trovare pochissimi esempi di una tale capacità dialogica” (Collevalenza, 23 giugno 1987). Vengo a te, questa sera, o Signore.

Vengo a te da un giro di ispezione sulla terra. E per me, per i miei amici, per questa mia comunità altro non so chiedere se non di farci esperti di quest’arte -la tua arte- di “incrociare e far scaturire l’attesa e la ricerca presenti nelle pieghe dell’animo umano”. Quest’arte che, al dire del nostro Arcivescovo ha pochissimo seguito nella chiesa d’oggi. Alla sera di ogni giornata, quando rientro, la tua voce: “Da dove vieni?” sembra ricondurmi al cuore di ogni cammino.
don Angelo Casati

(articolo tratto da www.sullasoglia.it)